Sono come le scarpe vecchie che ti porti a casa dopo un viaggio. Le guardi a lungo e ti sembra che abbiano meticolosamente contato ogni passo, ogni minima vena del terreno sul quale tu abbia pioggiato il piede. Rimangono li', assopite nella polvere e nel ricordarsi, perche' ora non e' piu' il loro tempo, non lo e' davvero.
Io ho un paio di scarpe che mi hanno accompagnata ovunque in questi ultimi anni. Sanno di cosi' tante persone e di cosi' tanti luoghi che a volte, nemmeno io ricordo. Sono logore, consumate fino al midollo direi, se le scarpe di midollo ne avessero. E probabilmente, queste, ne hanno. Vorrei avere la forza di gettarle e la certezza che la cosa non mi uccidera' il cuore. Ma non sono ancora pronta a reinventarmi, vivo di piccole toppe poste qua e la', tra le spalle, sulle caviglie e un po' sotto gli occhi, anche per asciugare meglio le lacrime. Il peso che do al ricordo, alle volte, e' sfiancante. Il sapere non superarsi. La coscienza di non averne il coraggio. Eppure mi ostino a mordere, boccone per boccone, ogni cosa ogni nuova immagine, ogni nuovo senso, ogni cosa. Mordo. Come se non riuscissi mai a sfamare un essere che mi vive dentro, ma del quale io ignoro ogni cosa se non l'esistenza. Un'esistenza che antepongo ad ogni altra possibilita' che potrei darmi. Lo difendo graffiandomi il viso e scaccio un desiderio alla volta, come se i miei desideri fossero quelle insopportabili mosche che arrivano d'estate, quelle che danzano sotto al lampadario, in cerchio, insopportabili, ma che non riesci mai a far uscire dalla stanza. Mai veramente. E cosi' anche affrontarsi diventa insormontabile, e' piu' semplice accendere la prossima sigaretta, un'altra ed un'altra ancora, nuocersi consapevolmente e fare finta di stare bene. Le piccole fiamme che accendo solo la notte, sono una fantastica illusione. Sono bellissime e mi duole a volte, non poterle vedere davvero. Avere una speranza che non abbia gia' quel amaro come melodia di sottofondo. Mi sento dire che e' nella mia natura il devastare il bello che mi circonda, ma puo' dirlo chi non ha la mia pelle. Per quanto conscia che spesso ricada da sola nel banale di quel dolore, altrettanto conscia che nulla ha mai avuto una durata piu' spessa di quanto non lo siano le mie ciglia. E le mie ciglia sono da sempre fragili scivoli per le mie lacrime. Potrebbero anche accusarmi di essere amante di questo dolore, ma manca loro l'altra parte di questo amore, che e' l'odio che ho per l'essermi. Sono cose difficili da immaginare, non biasimo nessuno. Dunque ho scelto una vita che va su una monorotaia, le monorotaie sono equilibrio forzato, non hanno scelta nella direzione, ne la possibilita' di caduta a destra o sinistra. Non hanno nemmeno l'imbarazzo del dove porre piu' resistenza in curva, tanto la rotaia e' una sola. Una ed unica. Ma da il senso dell'equilibrio. Il senso. E' cio' che do' io, il senso, di essere. Una persona vivace, allegra, tenace, piena di vita, meticolosa, loquace, sicura, decisa e a momenti, impeccabile. Quando le realta', sono molte altre. E mai una sola.
In breve tempo sono riuscita ad impormi un'immagine che quadra a cio' che mi trovo davanti al mattino, immagine che non suscita ne' grandi domande ne' grandi preoccupazioni, tutto sommato un'immagine che a volte pare di gusto leggermente eccentrico, ma sopportabile se non imposta. E' cosi' e'.
Cio' che mi resta ora, e' impormi io stessa la visione di quest'immagine e se per anni ho saputo credere alle mie storie magnifiche, alle mie piccole visioni immaginarie, devo solo trovare il canale addatto e lasciare che questa figura di me, mi scivoli negli occhi per cosi' tanto tempo, da sembrare credibile. E alla fine, vera. Non credo, ne' mai avro' la convinzione che sia la scelta giusta. Ma e' incastrare qualcosa di fatto razionalmente in tutto questo non luogo di immaginaria bellezza, ma pur sempre, solo immaginata e quindi fittizia e reale solo dove guardo io. E' costringersi a volersi bene anche ad occhi aperti. Forse, fara' meno male, del tenerli chiusi per sempre.
Ana
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